• Hungry Eyes

    La più famosa opera di Claude Levi-Strauss parla di cibo. Il crudo e il cotto – questo il titolo del testo uscito per la prima volta nel 1964 - è diventato una sorta di “tormentone” adeguandosi, di volta in volta, a occasioni diverse: programmi di cucina, ristoranti, pubblicità, ricettari, perfino mostre internazionali. Nonostante una sorta di “inflazione lessicale”, resta uno dei suoi lavori più conosciuti e, ancora oggi, nell'era del foodporn, sa dare interessanti spunti di riflessione sul nostro rapporto con l'alimentazione, oscillando tra strumento di affermazione culturale, espressione di contaminazione, rivelazione economica. 

     

    Affascinante, come primo passo, è la discriminante che l'antropologo francese individua nella cottura del cibo, passaggio chiave di una società da uno stadio naturale a quello determinato da regole sociali. Il fuoco  – evidente il forte aspetto simbolico - è l'origine della metamorfosi degli elementi: trasforma la materia e rivela la cultura che precede la preparazione, la cura. 

     

    Sempre Lévi-Strauss nota come il rapporto degli uomini con gli alimenti sia analogo al loro rapporto con il linguaggio. L'uno e l'altro sono contemporaneamente naturali e culturali. Emettiamo suoni perché naturalmente predisposti a farlo, ma il linguaggio, che è espressione di una visione del mondo, soggiace a ben altre regole: grammaticali, musicali, formative. Una cosa molto simile accade con il cibo! Ci nutriamo come istinto alla sopravvivenza ma il modo in cui ci nutriamo – in cui cuciniamo il nostro cibo, prepariamo i nostri piatti, perfino la maniera in cui guardiamo queste composizioni – è una profonda espressione culturale.  

     

    Le immagini di Pierluigi Dessì di un tessuto culturale sono piena manifestazione, seppur data con la sobrietà che gli è consona. Una dimostrazione asciutta che non ricerca orpelli ma evidenza, l'essenza delle cose. Gli scatti si fondano sull'armonia delle forme e il contrasto dei colori che si rivelano in tutta la loro pienezza, esplosi tra storia locale e tessitura globale. La visione ravvicinata dall'alto permette di cogliere la sostanza degli elementi, il loro accostamento, la voluta sobrietà del contesto in cui la coscienza cromatica non è elemento decorativo ma preciso valore esperienziale, ci ricongiunge con il nostro universo sensoriale, riattivandolo. 

    Il tutto in una prospettiva storico-artistica precisa: riecheggiano in noi le nature morte fiamminghe o il seicento italiano, pagine e pagine di libri di storia dell'arte che, però, rimangono lontane, ben metabolizzata citazione perché qui, le “nature” appaiono vive e assolutamente invitanti. 

     

    A queste composizioni, quasi per confermare “l'esordio antropologico”, si accompagnano testi di noti componimenti letterari: romanzi, racconti brevi, canzoni... un florilegio eterogeneo uniformato da un unico dato: gli autori sono tutti premi nobel. Ah, altro elemento fondamentale: parlano tutti di cibo! Un ballo a tre passi, dunque, tra sapori, visioni e suoni; cibo, immagini e parole che insieme ci nutrono, determinano, rivelano agli altri e a noi stessi in questa quotidiana azione di volontà che chiamiamo identità. 

    Sonia Borsato, storica dell'arte

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